Learning from the Favelas

L’esperimento cinematografico di Slumdog Milionarie del capace Danny Boyle o quello di City of God del regista Fernando Meirelles è largamente riuscito e sfruttato perché ricondotto a quella capacità che è del cinema di proiettare ritratti autentici, ma finti, dell’immaginario comune sulle condizioni di vita nei bassifondi. Successi mondiali che siano, questi due film, in particolare modo più degli altri, hanno permesso al giorno d’oggi la costruzione di un dibattito sulla natura dei bassifondi o baraccopoli, in quanto parti della città densamente abitati, ma fuori dai livelli minimi di urbanità: edifici fatiscenti e condizioni di vita al di sotto degli standard di benessere, assenza totale di reti per la fornitura di acqua potabile e per lo smaltimento delle acque reflue, degli allacciamenti all’energia elettrica, dei servizi di pubblica sicurezza ed assistenza sanitaria.

Le baraccopoli – in inglese slums, in portoghese favelas e in francese bidonville – oggi possiamo trovarle ovunque anche a causa della pesante crisi economica che ha investito i mercati e delle catastrofi naturali che hanno sconvolto interi territori; esempi sono l’indefinita collezione di fabbricati poco fuori New Orleans dopo il passaggio dell’uragano Katrina e i corposi insediamenti informali a Detroit espressione più manifesta della povertà a seguito della crisi dell’automobile. Sebbene la presenza di baraccopoli o bassifondi non sia uno degli obiettivi delle Amministrazioni, nel breve termine diventano un problema sociale e di sicurezza interna a causa delle frequenti rivolte che difficilmente le forze dell’ordine riesce a sedere con la calma; gli agenti sono percepiti come invasori, un vero e proprio attacco alla popolazione locale, e le regole in vigore sono diverse da quelle dello Stato, regole nella maggior parte dei casi determinate dalla presenza di organizzazioni criminali che qui trovano nascondiglio dalla società. Ciononostante l’esistenza dei bassifondi ha anche degli aspetti benefici involontari sul resto della città; la maggior parte degli abitanti è sotto soglia di povertà e si guadagna da vivere con attività informali ma cruciali per la comunità, fornendo quei servizi che non potrebbero essere facilmente disponibili con le attività formali.

L’UN-Habitat – l’agenzia delle Nazioni Unite che si occupa degli insediamenti urbani – ha redatto uno studio demografico nell’intervallo 1990-2020 che racconta come il numero della popolazione distribuita nelle baraccopoli sia cresciuta dello 0,3% su anno nel continente europeo e del 1,2% su anno nel resto del mondo – in alcuni territori dell’Africa sub-sahariana e dell’Asia centro-meridionale supera anche il 4% su anno – un dato assai rilevante per capire come a cavallo del Millennio le diseguaglianze abbiamo costretto intere popolazioni a compiere delle migrazioni in territori in cui la presenza di uno Stato è meno che mai presento, almeno così per come l’abbiamo ereditato e conosciuto dal XVIII secolo in poi. In questa crescita l’espansione territoriale trasforma le città in immense continuità, mega-regioni-urbane, megacity da oltre 20 milioni di abitati in cui solo il 20-32% della popolazione ha accesso ai servizi di base; le regioni di Bangkok e di Manila contano 30 milioni ciascuna, la Grande Shanghai 83 milioni e la regione di Hong Kong raggiunge i 120 milioni. È chiaro che, con questi numeri, le ondate migratorie in corso non possono essere paragonate a quelle del passato, degli irlandesi o degli italiani verso New York, per dire; chi arriva a Lagos, la maggiore città della Nigeria e dell’Africa sub-sahariana, trova per esempio fumi ovunque, masse di persone in movimento cariche di tutte le loro proprietà, case di latta, terra battuta, bambini tra mucchi di rifiuti – il caos totale – corruzione e violenza trionfanti. I problemi delle baraccopoli, d’altra parte, non si limitano solo ai Paesi in via di sviluppo. Anche le metropoli del mondo avanzato, in termini differenti, devono affrontare la questione sul tema della de-industrializzazione, dell’abbandono dei centri a favore delle periferie, della congestione, dell’inquinamento, dei costi degli immobili e delle tensioni culturali nelle città ad alta immigrazione.

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Negli Stati Uniti per tutta la seconda metà del XX secolo, il fenomeno è stato abbastanza contenuto e rilegato agli stati di confine del sud-est – California, Arizona, Texas e New Mexico – ma è solo dopo il 2007, con il crollo del mercato immobiliare, la crisi del credito e del sistema bancario, che il problema si è diffuso per tutto il Paese. Se fino ad allora i problemi riguardavano la “border slums” tra USA-Messico, l’etnia ispanica, il narcotraffico e la tratta di essere umani, oggi il problema è diffuso anche tra i cittadini statunitensi; una generazione di nuovi poveri che ha risentito gravemente di un mercato del lavoro orientato verso posti generalisti a basso salario, la disponibilità di intercettare sul mercato alloggi a prezzi accessibili e dell’inconsistenza dell’azione del Governo alla crisi, per quest’ultimo l’incomprensione delle dinamiche dei processi migratori è stata caratterizzante.

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Nonostante questo negli States sono comunemente usati, fin dalla metà degli anni sessanta, programmi di rigenerazione urbana del tipo CDC – Community Development Corporation – al fine di garantire livelli minimi di occupazione, igiene, alimentazione ed educazione in quelle comunità di afroamericani, latini ed asiatici che altrimenti continuerebbero a condurre una sussistenza ai margini della società statunitense; l’accesso alle infrastrutture e ai servizi urbani di base,  la fornitura di acqua e di servizi igienici, l’elettricità, le strade d’accesso e la gestione dei rifiuti, sono avvenuti attraverso iniziative che coinvolgevano sia gli abitanti insediati sia i responsabili della fornitura di alloggi in quelle aree. Molto probabilmente la richiesta maggiore di questo tipo d’intervento su una situazione che non è più circoscritta alla frontiera o alla Capital city – è possibile vedere baraccopoli in posti disparati come Nashville e Olympia, nello stato di Washington, St. Petersburg, in Florida, Fresno, in California – ma diffusa nell’intero Paese ha messo in crisi ed accentuato la vulnerabilità della mancata azione del Governo federale; se da una parte si è cercato di introdurre, anche là dove non esistevano, i programmi CDC dall’altra parte si è applicata la risoluzione peggiore al problema. È il caso dello stato del Texas che dopo il 1994, con la firma del protocollo NAFTA – North American Free Trade Agreement – che regola le attività transfrontaliere, ha utilizzato la popolazione delle colonie di frontiera – quasi 400.000 lavoratori – come manodopera generica per un piano di industrializzazione del confine USA-Messico; quando nel 1996 lo HUD avviò la progressiva demolizioni e ricostruzione delle colonie, furono in molti ad affermare che questa “nuova forma” – che non prevedeva strutture sanitarie e per l’educazione – non avrebbe migliorato le condizioni di vita, anzi, da lì a poco incentivato le attività illegali legate al narcotraffico e al traffico di essere umani.

Un approccio più radicale è avvenuto negli anni sessanta con la pubblicazione di Jane Jacobs di due suoi libri “The Life and Death of Great American Cities” e “Cities and the Wealth of Nations”; ponendo la programmazione urbanistica come soluzione per i problemi delle grandi metropoli, vista in prospettiva intellettualistica viziata di utopismo e mendace dalla natura concreta e dal modo di interagire delle città reali, egli afferma:

“se le baraccopoli sono alla vista sporche e caotiche, risultano a oggi gli insediamenti urbani più vincenti; le persone possono vivere in vicinanza tra loro e le possibilità d’incontro casuale sono massimizzate; l’organizzazione sociale e comunitaria nasce spontaneamente e la Comunità utilizza le risorse disponibili in maniera più efficiente.” 

Su questa linea di pensiero possiamo trovare fin da subito come esempio l’Habitat 67 a Montreal di Moshe Safdie e seppur con qualche distinguo – organizzazione comunitaria e successive politiche della casa – il Corviale a Roma di Mario Fiorentino; non possiamo assimilare i due progetti all’utopismo architettonico ma alla traduzione di una specifica organizzazione comunitaria in architettura. Dello stesso tenore sono i progetti successivi del MIT Stata Center di Frank Gehry, dello studio NL Architects per il Taipei Performing Art Center e per il Sarugaku a Tokyo di Akihisa Hirata, i quali parlano e propongo un’organizzazione più di prossimità dello spazio pubblico urbano complesso con cui siamo abituati a confrontarci.

In via del tutto generale possiamo apprendere un insegnamento mettendo a sistema ciò che gli Architetti hanno “rubato” nel tempo e le caratteristiche proprie della baraccopoli; una sintesi di alcune considerazioni di tipo sociologico sulla vita associata, obiettivi/strategie che poi si traducono in linguaggio architettonico:

  • adattabilità e versatilità;
  • cortili e vicoli;
  • suddivisione dell’edificato in parti più piccole;
  • diversificazione dei colori e materiali;
  • rapporto di vicinanza e prossimità;
  • la cultura e i legami della comunità insediata.

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Nel 2001 il Governo cileno ha promosso il programma “Vivienda Social Dinámica sin Deuda” del Ministero della Residenza e dell’Urbanistica rivolto alle fasce più povere della popolazione, non in grado di sostenere l’estinzione di un mutuo; di fronte ad una sovvenzione di 9.700 USD e una quota di risparmi familiari di 300 USD, risultava possibile realizzare abitazioni minime di una trentina di metri quadrati, coprendo anche i costi necessari per l’acquisizione del terreno e delle infrastrutture urbane primarie. Protagonista del programma è il progetto ELEMENTAL – promosso dall’Architetto Alejandro Aravena, dalla Pontificia Universidad Católica de Chile e dalla COPEC, un’impresa petrolifera – che costituisce lo scenario aperto e molteplice per lasciare che la vita associata vi si dispieghi in tutta la sua libertà e potenza, al di fuori di possibili controlli amministrativi e politici, indicando metodi e qualità d’espansione capaci di adattarsi al dinamismo della Società globalizzata.

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Aravena si pone mediatore dei processi tecnici, sociali e politici affermando il ruolo del progettista – sottraendolo al cannibalismo dell’immagine – e fa di ELEMENTAL un progetto custom, capace di adattarsi al territorio, alle sue giacenze; sfrutta le sue caratteristiche di scala, velocità ed esiguità dei materiali per migliorare la qualità della vita, permettendo nuove e molteplici forme dell’abitare ed eliminando il ruolo prescrittivo dell’edificio ma anzi lasciandosi manipolare dai suoi abitanti – indifferentemente dalla forma originale.

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Il progetto condivide con la Quinta da Malagueira di Alvaro Siza ad Évora (1977-1998) la propensione ad un ruolo allo stesso tempo discreto e pragmatico, che però riesce a determinare la sostanza di una parte di città dove la stratificazione storica appare compressa in un arco temporale breve, circoscritto.

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Eppure, non tutti i Paesi nelle loro Politiche Urbane hanno utilizzato il buon senso e la responsabilità di occuparsi del problema delle baraccopoli in modo completo, soprattutto se queste si trovano nel bel mezzo dei centri direzionali – economici o turistici – della Capitale. L’adozione di politiche esclusivamente di estirpazione fisica delle abitazioni ha avuto l’effetto di creare nuovi problemi tra cui quella di originare soluzioni peggiori di quelle di partenza e cancellare il retaggio culturale e il prodotto di anni di lavoro di una popolazione. Se apparentemente demolire e ricostruire l’abitato ex novo sia la decisione economicamente più vantaggiosa, potrebbe essere da subito la più errata in quanto il beneficio è circoscritto ad una solo parte delle popolazione senza possibilità di contaminazione volontaria e non – alcuni concepiscono tale pratica come un sussidio a vantaggio dei soli poveri che abitano nell’area oggetto d’intervento tale da aumentare le disuguaglianze e la disparità economica – a volte la scelta è obbligata dai terreni fragili ed instabili su cui insistono le costruzione e il trasferimento altrove è l’unica soluzione affinché si possa garantire la sicurezza degli abitanti e contenere il possibile pericolo ambientale. In Brasile tra il 1960 e il 1970 sono state distrutte moltissime favelas trasferendo i suoi residenti in case pubbliche costruite dallo Stato in altri parti della città e in alcuni casi anche in differenti città; nel 2005 in Zimbabwe con il programma “Drive Out Trash” oltre un milione di persone è stata privata della sua abitazione perché demolita dallo Stato senza che gli fosse offerta alcuna soluzione alternativa; a Dharavi, Mumbai, agenti immobiliari hanno spinto il Governo indiano ad abbattere la parte prossima il centro direzionale al fine di costruire grattacieli ed iniziative immobiliare di fascia alta; nel 2012 nella città di Caloocan, Filippine, l’Esercito ha abbattuto gran parte della baraccopoli – per prevenire i continui incendi dolosi e non che si stavano verificando – ma gli abitanti in meno di un anno hanno ricostruito le proprie case e le hanno viste bruciare in un doppio incendio tra il 2014 e il 2015.

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Indubbiamente le scelte sono condizionate dal territorio e dalla situazione socio-economica del Paese ma ciò non esclude che tutti gli abitanti abbiamo gli stessi diritti e che il loro benessere sia imprescindibile; Governi ed ONG discutono da tempo del diritto a vedere riconosciuta la proprietà della casa in cui vivono gli abitanti delle baraccopoli al fine di poter emergere nel legale e chiedere gli allacci alla rete idrica ed elettrica. Shack/Slum Dwellers International è la più importante ONG del settore cui fanno riferimenti moltissimi gruppi di attivisti e membri delle diverse comunità che si occupano di assistere ed agevolare il dialogo con le Amministrazioni; l’organizzazione si occupa anche di far ottenere i finanziamenti internazionali per i progetti di assistenza sanitaria, istruzione primaria e raccolta dei rifiuti impiegando gli stessi abitanti dello slums come lavoratori; coordina i progetti di piccole start-up in spazi appositamente costruiti col contributo di tutta la Comunità all’interno della baraccopoli ed immette una certa quantità di know-how “forestiero” per innescare processi di crescita economica local/global tali da far emergere tutto ciò che è mercato e lavoro nero.

Le baraccopoli possono insegnarci su dove, nel bene o nel male, la vita urbana sembra essere diretta e, riconsiderando i pilastri su cui è costruita la società globalizzata, come sia possibile fare di più con meno. L’utilizzo al loro meglio delle poche risorse a disposizione, lo spirito di collaborazione, la risoluzione ingegnosa dei problemi spaziali, pongono interrogativi allo stile di vita statunitense ed europeo – decretandone la fine? – che abbiamo conosciuto e pratichiamo, ma soprattutto alle norme che regolano la nostra Società facendoci riflettere che quello che oggi consideriamo informale un domani potrebbe essere la sintesi di problemi più considerevoli; per capire cosa sta succedendo nelle nostre Città basta iniziare ad osservarle.

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