Dalla campagna alla città. due di due

La “Città Industriale” così organizzata diventa “Città Borghese”, non per tutti. È il meccanismo economico che tende a rafforzare lo schema, anche la dove questo per condizioni geografiche, le città portuali, o storiche, le città fondate. Esso rappresenta la rottura definitiva di ogni confine prestabilito della forma urbana, quando virtualmente tutto il suolo può diventare edificabile ed oggetto di speculazione non appena investito dalla crescita economica dell’insediamento. Basti pensare alle grandi periferie parigine descritte da Zola o da Baudelaire ancor oggi realmente leggibili. Qui si comprende come la quantità realizzata dello sviluppo comprenda le poche abitazioni borghesi, e soprattutto le numerose residenze di proprietà borghese destinate all’alloggio degli operai. Qui è posto in essere un processo d’appropriazione da parte di una piccola parte della società di quell’accumulazione di capitali, come prima faceva la Campagna, a discapito della maggior parte della società. La Borghesia, tende di conseguenza a uniformare i rapporti tra lavoro-residenza-svago, trasformando la Città in un qualcosa di nuovo. In questo senso, la Città tipo, diviene sempre di più la Capitale del Paese di appartenenza, in quanto contenitore di una concentrazione eccessiva di attività complesse, in particola modo quelle governative e rappresentative. Per cui si avrà durante tutto il XIX secolo un confronto tra le Capitali dei diversi Stati che tra le Città di uno stesso Stato.

L’analisi effettuata da Marx ed Engels, nel “Manifesto” (4), sulla società capitalistica, dimostra quanto i problemi siano molto più complessi di quanto gli utopisti Owen e Fourier, potessero immaginare, e che soprattutto, è dall’individuazione delle contraddizioni interne allo società stessa che bisogna partire per prefigurare una società di diverso tipo. Essi pongono l’urbanistica di fronte ai reali compiti, predisporre, partendo dalle esistenze, tutta una serie di strumenti che siano capaci di compensare le disuguaglianze sociali in rapporto tra le “due Città”, e tra la Città e la Campagna circostante. Con la crisi del 1848 possiamo individuare un elemento essenziale per l’urbanistica moderna, purtroppo non ancora messo in chiaro dalle “storie” che ne hanno esaminato il cammino: la nascita di un’autonomia disciplinare, capace di dotarsi di leggi, problemi e una sua storia, la presa di coscienza di un cammino diverso tra urbanistica e politica. E’ vero, ma l’incontro tra queste due componenti nella storia moderna ha prodotto una serie di “casi” che ne hanno fatto dapprima la seconda a servizio della prima, poi hanno visto un avvicendamento, fino ad arrivare alla strumentalizzazione della prima in favore della seconda, un percorso parallelo che sembra abbiano fatto molto volentieri insieme, almeno in Italia.(5) Sulla “Città Speculativa” Engels analizza (2) la questione delle abitazioni, sviluppando la contrapposizione tra la “Città Esistente” e la “Città Inesistente” affrontato nella sua totalità ed individuando così i diversi rapporti, quantitativi e qualitativi. La quantità può allora non significare la concreta estensioni degli insediamenti urbani, come invece si va praticando, se la residenza, in particolare modo quella economica/operaia, viene assunta in se come settore urbano distaccato. La qualità può allora non significare la divisione in “zone funzionali” dell’urbano, quale va realizzando la “Città Speculativa” e dove la semplice destinazione d’uso del suolo ne determina automaticamente il suo valore. A distanza di anni si evince come il carattere settoriale della “Città Speculativa”, con la necessaria indifferenza verso quei settori urbani, i servizi primari e le residenze economiche, che il sistema capitalistico pone al di fuori delle leggi del mercato (domanda/offerta), sia confermata allora come oggi. Tesi, talaltro, mai contraddetta fin oggi, se si pensa che il rapporto che si ha tra i Paesi in via di sviluppo e la quantità di capitali investiti in essi, dai Paesi più industrializzati (G8), sia riconducibile ad una rapporto di sudditanza tra la grande metropoli densamente popolata e la sua  immensa periferia agricola, manifatturiera ed industriale nelle “colonie”.

Inoltre, ci suggerisce Leonardo Benevolo (1), che tale situazione abbia col passare del tempo creato i presupposti per mettere in discussione la questione degli alloggi nelle trasformazioni da compiere, considerando tutti gli alloggi. Non v’è dubbio che la “Città Speculativa”, in forme distorte e spesso abnormi, abbia affrontato a suo modo e “risolto” il problema di una determinata quantità residenziale: la “Città Borghese” come nuovo volto, elemento da realizzare il più velocemente possibile, sempre funzione di Interessi, con tanto di elaborazione di rapporti giuridici, amministrativi, tipologici ed urbanistici e la “Città Operaia” come necessaria negazione della prima, fonte indispensabile per realizzare il “nuovo volto”, e tuttavia  esistente con  elementi quantitativi non conosciuti. Ciò determinerà un’evidente crisi umana e sociale delle due quantità contrapposte e successivamente una crisi urbanistica nel momento in cui si ribalterà il rapporto quantitativo tra “Città Esistente” e “Città Inesistente”, gettando le basi dell’ipotesi che la “Città inesistente” deve diventare la nuova Città. In mezzo esiste tutto quel tempo di transizione, di tentativi alti e bassi, di organizzare non tanto la nuova Città, ma completare, quella esistenze realizzando i servizi mancanti, sia che si tratti della “Città Borghese” che di quella “Operaia”. Unica eccezione sono i servizi cittadini di acqua, corrente, gas e fogne, che, dove vengono realizzati, sono gli unici collegamenti con il senso di appartenenza a una comunità cittadina, differenziandosi da quella contadina/agricola. La novità quindi di centrare gran parte delle idee e delle proposte intorno alla residenza economica, come quantità da trasformare in una nuova qualità, porta a mettere sul campo e poi tentare di risolvere la questione della “Città Inesistente”. Pertanto l’urbanistica moderna si misurerà per lungo tempo su questa problematica traendone la sua forza e i suoi limiti. Forza, per mettere a punto e diffondere elementi di quantità semplici e comprensibili (i distacchi, le inclinate, i lotti regolari, la cellula abitativa, la tipologia edilizia, ecc); limiti, perché a livello dei nuovi insediamenti di carattere urbano si misurerà non con la “Città Speculativa” e con la sua storia, ma con il settore subalterno di questa identificato con il “progresso”. Si osserva come si perverrà ad una accentuata differenziazione delle attrezzature pubbliche che porterà, da una parte a concepire nuovi insediamenti per tipologie altamente diversificate, e dall’altro ad avere un rapporto con la struttura urbana stabilito a priori dalle destinazioni d’uso dei suoli.

“in una struttura sociale ben organizzata, ad ogni uomo desideroso di lavorare deve essere assicurato: primo, un onorevole ed appropriato lavoro; secondo, una casa salubre e bella, pieno riposo per la mente e per il corpo […] le nostre case devono essere ben costruite, pulite, salubri; ci deve essere abbastanza spazio per giardini nelle nostre case.” (6)

Lo sviluppo urbano è allora caratterizzato assai di più dall’aumento in estensione dell’insediamento, con la continua aggiunta di periferie programmate o “spontanee”, che non da un disegno in qualche modo unitario che stabilisca priorità, punti di riferimento, qualità. La caratteristica di questo periodo di “consolidamento” della crescita è costituito dal confinare le attrezzature in veri e proprie isole funzionali, dislocate al di fuori di una logica di sviluppo omogeneo e unitario con il resto della città nel suo insieme; sorgono così le “città universitarie”, le “città sanitarie” e quelle “militari”. Dal secondo dopoguerra in poi, vengono codificati quattro principi operativi nella pianificazione della Città, prendendo spunto dall’esperienza delle “Città Socialiste”: la standardizzazione come mezzo essenziale per una uniformità urbana; la giusta estensione di una Città, come equilibrio del rapporto tra la popolazione totale e la popolazione lavoratrice; il centro della Città come elemento direzionale prevalentemente politico-amministrativo; la strutturazione della Città sulla base delle unità distretto, con compiti di rappresentanza e di decisione. L’unità distretto, in Italia spesso codificata come Municipalità o Circoscrizione, ha tre funzioni: migliorare la pianificazione cittadina e di conseguenza migliorare la vita dei cittadini e creare una forma di auto gestione della res publica. E’ evidente come questi principi siano operanti in maniera omogenea. 

“la rivoluzione scientifica e tecnologica, secondo ogni probabilità eliminerà il contrasto tradizionale tra la Città e la Campagna con un’armoniosa mescolanza di aspetti urbani e rurali, di aree costruite e aperte, dando così forma a una fusione di città campagna” (2)

È accettabile se si esclude che lo sviluppo scientifico e tecnologico ha portato a una diversificazione e complessità dei rapporti umani, politici ed individuali, la conseguente espansione dei bisogni e l’elevamento culturale della società, nonché esigenze collettive più ampie e definibili. Una complessità che chiede di teorizzare e concretizzare una città nuova. Ovviamente quanto Engels ipotizzò l’avvento dello sviluppo tecnologico mai avrebbe potuto pensare a ciò che si sarebbe poi andato effettivamente a concretizzare. La specializzazione più accentuata delle destinazioni direzionali e la loro dislocazione indifferenziata, rispetto alla localizzazione residenziale, delle fonti di energia e di produzione, costringono quindi l’intervento pubblico a sobbarcarsi tutti i problemi di comunicazione e di servizio in un rapporto determinato e non determinante. Le antiche mura che cingevano la Città sono scomparse ormai da secoli ma permangono invisibili e non meno potenti: sono l’indice di sfruttamento del suolo, la rendita fondiaria, il prestigio commerciale, che ignorano ogni rapporto sociale con il resto della Città. La stessa “Città Industriale”, ormai costituita solo da grandi fabbriche, tende a localizzarsi nel territorio in funzione di una autosufficienza interna (parcheggi, mense, direzione, depositi, ambulatori, asilo, ecc), precisandosi come un organismo autonomo e per molti aspetti indipendente dalla Città, dal territorio, dal Paese stesso, in un rapporto spaziale e di scambio con gli insediamenti globali.

Esempio sono le due “Città Foxconn” per Apple in Cina, dove nel complesso industriale sono inseriti gli alloggi per gli operai e per gli impiegati, le attività di svago e per il tempo libero, i servizi primari, il cui rapporto con il Paese che la ospita è nullo, inesistente, perché l’unico rapporto che esiste è quello con Cupertino in California – U.S.A.. Anche in Italia esistono esempi del genere, certo non così globali come la Apple e socialmente differenti, ma basti pensare al rapporto che si genera tra la grande fabbrica e il Comune che la ospita sul suo territorio, Enel, Montecatini, Olivetti, Fiat, Eni, ecc, nel momento in cui il Comune è il mero alloggio della forza lavoro che queste industrie occupano.

La Città da concentrazione stabile produttiva e culturale, con tutte le sue contraddizioni, si deteriora in una concentrazione temporanea che tende sempre più ad assolvere il solo compito di uno sviluppo forzato dei consumi, assumendo un carattere “parassitario”, determinato da scelte predeterminate e condizionamenti che investono sempre più la totalità dei cittadini. Il “tempo libero” diviene non un necessario complemento della produzione, ma unicamente un recupero delle energie consumate nelle distorsioni produttive, non solo sul posto di lavoro, ma anche negli uffici, nel commercio e nello svago, e si trasforma generalmente in una fuga dalla città verso la Campagna, che sempre più assume anch’essa gli aspetti alienati della Città. Nell’attuale realtà distorta a nuove dimensioni, possiamo, nonostante quanto appena accennato, individuare una possibilità più vasta di trasformazione sociale a condizione di sviluppare tutto il potenziale rivoluzionario contenuto nelle concentrazioni urbane, determinando l’abolizione di uno dei due termini di contrasto, città-campagna, centro-periferia, e conseguentemente intendere il termine residuo in modi del tutto diversi da quelli attuali.

Opere citate

(1) cit. Charles Fourier, “Teoria dei quattro movimenti” in Benevolo Leonardo “Le origini dell’urbanistica moderna”, Editori Laterza in Bari. XIX Edizione, gennaio 2005.

(2) Engels Friedrich. “Anti-Dühring” Editori Riuniti. Collana “Le Opere Complete Marx-Engels – Tomo XLVI”, novembre 1994.

(3) Engels Friedrich. “La situazione della classe operaia in Inghilterra” Editori Riuniti. Collana “Le Opere Complete Marx-Engels – Tomo VI”, novembre 1994.

(4) Engels Friedrich e Marx Karl. “Manifesto del partito comunista” Editori Laterza in Bari. LXXIII Edizione, gennaio 2005.

(5) Salzano Edoardo. “Fondamenti di urbanistica” Editori Laterza in Bari. XII Edizione, settembre 2007.

(6) cit. Morris William, “Architettura e socialismo” in Zevi Bruno “Storia dell’architettura moderna – Volume I”, Giulio Einaudi Editore in Torino. XIX Edizioni, 2004.

La foto è gentilmente concessa dall’amico Enrico Paravanifotografofalegname a Civitavecchia.

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