Dalla campagna alla città. uno di due.

L’industria era rurale più che urbana. Analizzando le trasformazioni inerenti all’origine e sviluppo della città moderna, occorre comprendere il rapporto che esiste tra capitale e proprietà fondiaria. Si deduce come il capitale commerciale, entro certi limiti quantitativi, può svilupparsi senza presupporre un mutamento della proprietà fondiaria, ciò non è possibile per il capitale industriale. La separazione storica tra la Città e la Campagna parte dallo scambio delle merci. Agli inizi dell’Ottocento Charles Fourier teorizzava

“la soppressione dell’antagonismo di città e campagna, per sopprimere definitivamente la vecchia divisione del lavoro in generale” (1)

Un concetto di autosufficienza che si concilia in un organismo edilizio semplice ma completo, capace di rispondere a più funzioni, come appunto la fattoria agricola, con la compresenza di depositi, attrezzi, residenza per uomini e per animali, ecc.

“Non più una Capitale, non più grandi Città; a poco a poco il Paese si sarebbe coperto di Villaggi, costruiti nei luoghi più sani e più comodi, e disposti in modo da comunicare facilmente tra loro per mezzo di strade e di numerosi canali, che nell’interesse generale si sarebbero aperti in tutte le direzioni” (1)

“La civiltà ci ha senza dubbio lasciato nelle grandi città un’eredità la cui eliminazione costerà molto tempo e molta fatica. Ma esse debbono essere e saranno eliminate, anche se quest’eliminazione sarà un processo molto laborioso” (2)

Ma le grandi città dovevano ancora essere costruite! Mumbai, Città del Messico, New York City, Tokyo, Pechino, Londra, San Francisco, Los Angeles, Singapore, Hong Kong, ecc… talaltro nessuna nella Vecchia Europa, tranne Londra! Pertanto occorre analizzare la nascita della “Città Industriale”, conseguenza della Rivoluzione Industriale (1760-1780 e 1830), come luogo fisico, edificato, della contraddizione tra avviamento ed estensione del carattere “sociale” dei mezzi di produzione e appropriazione “privata” dei benefici economici da tale trasformazione. La tradizione urbanistico-sociologica dell’architettura moderna ci ha tramandato un modo di crescita della “Città Industriale” piuttosto meccanico e in fondo riconducibile ad un unico schema: intorno ad un centro affaristico-rappresentativo e delle residenze delle classi possidenti si sono via via venute ad aggiungere fasce sempre più vaste di zone miste, contenenti opifici industriali e abitazioni operaie; tali fasce tendono a essere di continuo espulse in un perimetro più esterno, nella misura in cui la crescita delle attività commerciali impone la trasformazione delle zone confinanti il nucleo centrale. Ne è derivata un’interpretazione che considera la formazione della “Città Industriale” e la sua trasformazione in “Città Speculativa”, cioè la saldatura tra le attività imprenditoriali e la rendita parassitaria del suolo, caratteristica del periodo monopolistico, come qualcosa di fisso, non mutabile nel tempo in funzione dei rapporti qualitativi e quantitativi. Se è vero che tale schema corrisponde nelle linee generali ai processi evolutivi avvenuti nelle Città d’Europa, è anche vero che il loro andamento non è stato affatto così lineare. Infatti il rapporto che la classe borghese stabilisce tra la propria residenza e il luoghi di lavoro, di affari o di svago, è notevolmente più complesso, anche nelle conseguenze spaziali, di come tradizionalmente lo s’intenda, e ignori fin dall’inizio, ampie parti della città esistente (corrispondenti all’odierno centro storico) destinate, al pari della prima periferia, alla residenza della classe operaia.

Friedrich Engels (3) ci descrive una società ottocentesca classista e piramidale dove il passaggio fisico, da una classe a un’altra, è nascosto, dove chi sta al vertice della piramide non importa di risiedere in centro, ma preferisce quei luoghi, salubri e qualitativamente appetibili, notevolmente distanti dall’insediamento. A ogni modo per questa classe  la mobilità non è un problema, cosa che invece colpisce profondamente la basa della piramide, in un dato momento in cui ancora non è stato ancora teorizzato un trasporto pubblico di massa a livello cittadino. Altrettanto non è vera l’equiparazione tra il centro e la prima periferia, destinati alla residenza degli operai, quando, uscendo dallo schema di crescita generale, lungo le direttrici che dal centro portano fuori Città, si va ad effettuare una parcellizzazione del suolo, per un uso commerciale, tale da sottrarre aree nella prima fascia alla residenza operaia che si vede costretta a sorgere “spontaneamente” nelle prossimità delle industrie o nelle aree di risulta retrostanti le direttrici. Se un’equiparazione c’è, questa esiste tra gli interessi che muovono le classi sociali all’interno di una stessa Città. Il fatto stesso che le zone industriali o artigianali si attestino, si oltre la vecchia cinta muraria, ma in quei siti ove corrono direttrici di comunicazione territoriali, corsi d’acqua, strade, i primi tracciati ferroviari, e l’attività amministrativa si svolge nella fabbrica o in uffici misti alla residenza, eredità mercantile, dimostra come lo scambio delle merci sia ancora scarso è la crescita quantitativa dell’organismo urbano si estende in modo caotico in tutte le direzioni, sulla base della convergenza di interessi diversificati (domanda/offerta) di soggetti economici plurali o singoli. La “Città Borghese” che va a definirsi è inizialmente differente da quelle precedenti soprattutto per una questione di principio risultante dai processi economici in atto: non ha confini prestabiliti, annulla quelli ereditati (la città murata) ed è quindi indefinita, perché è tale in funzione dello  sviluppo produttivo e dalle conseguente acquisizione di maggiore suolo edificabile, e quindi capace di rendita, in ogni punto dello sviluppo stesso; una sorta di luogo geometrico. In seguito la borghesia organizza e risolve una parte dell’organismo urbano, venutosi a formare, sia spazialmente che figurativamente e usa la parte non trasformabile secondo la Legge del massimo profitto, saldando insieme due interessi contraddittori.

Qui è l’origine di una Città centrata intorno a taluni percorsi o luoghi che condizionano l’intera struttura urbana, lasciando ampie zone grigie, siano esse preesistenti che di nuova formazione. Le direttrici di traffico che si vengono a formare, oltre a garantire all’aristocrazia e alla borghesia un rapido e comodo percorso tra le proprie residenze e i luoghi del lavoro e dello svago, sono marcatori fisici di separazione tra le piazze e le vie abitate da questi ultimi e le residenze degli operai. La realizzazione degli insediamenti ex novo non in continuità funzionale con l’esistente, ma come strumento per ignorare quelle zone subalterne che di quella continuità sono investite. Tale operazione è la rottura dell’autosufficienza della struttura urbana di origine agricola. La continuità stradale all’interno dell’organismo urbano perde il connotato di strumento funzionale ai rapporti extraurbani, con la Campagna, con altre Città, con interi territori (tipica in tal senso la strada medioevale, spesso d’origine romana, che attraversava, tagliandolo in due, l’abitato), e diviene un insieme di strade spesso equivalenti, funzionale alla crescita ulteriore della città. Dato che i rapporti extraurbani ora sono affidati alle ferrovie, segno di demarcazione di un intero territorio.

La differenziazione tipologica e spaziale permettono, all’interno del tessuto urbano che va formandosi, l’utilizzazione di interventi edilizi di contenuto diverso entro un unico disegno a scala urbana; i percorsi vengono dunque a coincidere con i principali servizi pubblici collettivi (le strade, le rotaie, le fognature, le reti di distribuzione del gas e dell’elettricità, ecc) e, in regime di proprietà privata del suolo edificabile, gli edifici pubblici sono conseguentemente delle “isole” rispetto a quelli dei lotti compatti risultanti dagli interventi dell’edilizia speculativa. Non a caso l’apporto architettonico, superati i primi interventi unitari di tipo residenziale (XVII-XVIII sec.), tenderà sempre più a caratterizzare gli edifici pubblici o di uso collettivo, riducendosi nel caso delle residenze, a soluzioni bidimensionali delle facciata, quella prospettante la strada e lasciando oltre l’anonimato. L’estendersi e il complicarsi della rete stradale condiziona profondamente il rapporto tra il centro e  la periferia e fra organismo urbano e zone grigie, in funzione di un maggiore sviluppo produttivo, cui corrisponde un’accresciuta differenziazione tipologica e una specializzazione del lavoro.

L’elemento innovatore passa attraverso i modi di organizzazione della grande industria: sia all’interno di essa, sia nella sua collocazione territoriale, in quanto l’avvento dell’energia elettrica svincola notevolmente la produzione dai limiti di collocazione nello spazio fisico. Il rapporto Città-Campagna è ignorato, ma la Campagna si trasforma di continuo in “Città Industriale”, perché spazio libero da trasformare. L’industria capitalistica crea sempre nuove e grandi Città, oggi come allora, perché fugge costantemente dalla Città verso la Campagna quanto più tende a crescere la richiesta di suolo e d’indipendenza di localizzazione, tanto più conseguentemente si avvia la trasformazione del centro come unico polo attivo per lo scambio delle merci. Si configura in questa fase di sviluppo, una trasformazione per comparti imperniato introno alle infrastrutture, con una generica destinazione d’uso del suolo, la forma canonica della “Città Industriale”, organizzata attraverso uno schema radiocentrico, intorno al nucleo di potere, il centro. Inizia in questo periodo l’epoca delle grandi trasformazioni urbane, la Grande Parigi di Haussmann, il Ring di Vienna, la Barcellona di Cerdà, ecc. Il prototipo dell’urbanista come operatore specializzato al servizio della classe dirigente. Il problema dell’idea di un Piano per una Città moderna è stato posto per la prima volta in scala appropriata al nuovo assetto economico, e non è stato solo disegnato sulla carta, ma tradotto in realtà e controllato in ogni sua conseguenza tecnica, formale, amministrativa e finanziaria. Nonostante dopo, questi interventi, sia avvenuta veramente quella che poi è stata chiamata“segregazione sociale”, l’opposizione delle “due Città”, quella dei ricchi e quella dei poveri. La prima esiste ed è rappresentata dalle nuove costruzioni, la seconda scompare, andando a infittire quelle zone grigie e dando vita agli agglomerati spontanei che ancora oggi è possibile rilevare in tutte le grandi Città.

Tali trasformazioni condizioneranno per oltre un secolo le scelte successive; l’estensione a tutta la Città della struttura compatta e omogenea delle quantità edificabili a uso residenziale, organizzate da assi stradali e la conseguente localizzazione sulla maglia delle principale attrezzature politiche, amministrative e culturali in punti di riferimento all’interno della maglia spaziale porteranno a un policentrismo.

Opere citate.

(1) cit. Charles Fourier, “Teoria dei quattro movimenti” in Benevolo Leonardo “Le origini dell’urbanistica moderna”, Editori Laterza in Bari. XIX Edizione, gennaio 2005.

(2) Engels Friedrich. “Anti-Dühring” Editori Riuniti. Collana “Le Opere Complete Marx-Engels – Tomo XLVI”, novembre 1994.

(3) Engels Friedrich. “La situazione della classe operaia in Inghilterra” Editori Riuniti. Collana “Le Opere Complete Marx-Engels – Tomo VI”, novembre 1994.

La foto è gentilmente concessa dall’amico Enrico Paravanifotografofalegname a Civitavecchia.

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