L’alba di una megalopoli

Tre di sette.

Lo sviluppo urbano è allora caratterizzato assai di più dall’aumento in estensione dell’insediamento, con la continua aggiunta di periferie programmate e spontanee – di fatti a Lisboa è possibile trovare l’unica favelas esistente in Europa – che non da un disegno in qualche modo unitario che stabilisca priorità, punti di riferimento, qualità. Allo stesso tempo esiste un territorio, una morfologia preesistente,   landscapes, che non possono essere abbattuti. Infine ci sono gli uomini-cittadini –  che non cambiano così velocemente come vorrebbe il progresso scientifico – che chiedono all’uomo-cittadino-architetto di ricercare nella sostenibilità, affiancando la scala umana, un nuovo modello organizzativo di città. Nuovi cittadini che rompono l’unità familiare, le abitudini ed i semplici gesti del passato in favore di nuove forme di convivenza comunitaria e di modelli economici-lavorativi diversi da quelli proposti ad inizio Novecento, ma sicuramente nuovi anche per i nostri tempi. Qui nasce la città intelligente – la smart – come insieme di strategie per ottimizzare i servizi pubblici – per renderli capillari e di prossimità – e creare ambienti di competitività urbana. Interconnettere le infrastrutture materiali della città con il capitale umano, intellettuale e sociale dei cittadini al fine di migliorare la qualità della vita e soddisfare le esigenze di cittadini, imprese e istituzioni. Ne consegue che, in presenza di una eccellente qualità dei servizi di comunicazione, la città deve crescere in densità – in altezza – e il compito dell’architetto-urbanista sta nel vendere il concetto di vicinanza. La densità è percepita come male e la vicinanza come bene; densità significa vivere in un piccolo appartamento al decimo piano di un condominio, prossimità significa camminare fino al negozio di alimentari in fondo alla strada per comprare l’olio quando è finito. Alla densità associamo la congestione, il rumore, l’inquinamento, la prossimità alla capacità di accedere ai beni e servizi rapidamente con poco sforzo. Naturalmente, la sfida è la bellezza di prossimità senza la caricatura di densità.

“Non più una Capitale, non più grandi Città; a poco a poco il Paese si sarebbe coperto di Villaggi, costruiti nei luoghi più sani e più comodi, e disposti in modo da comunicare facilmente tra loro per mezzo di strade e di numerosi canali, che nell’interesse generale si sarebbero aperti in tutte le direzioni”

Charles Fourier

Se un tempo la pianificazione della vita di una città trovava la propria matrice in un piano regolatore generale, adesso ciò non può più essere. Velocità e libero mercato sono i due fattori di entropia che trasfigurano la metropoli e fanno sì che il controllo non possa più essere a priori pianificato. Esso va eseguito sul momento – just in time – da dispositivi di modificazione architettonica del territorio, dal network semaforico, dalla semiotizzazione totalitaria dei non-luoghi, dalla fascinazione continua della cartellonistica, dalla miserabile e autoritaria dislocazione delle cabine telefoniche – cellulare gratuito e di massa – da eventi spettacolari, dalla sovra determinazione del tempo e dello spazio degli abitanti, secondo le esigenze del lavoro di consumo e del consumo di lavoro, costituendo la maggiore preoccupazione di qualsiasi piano regolatore futuro.

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