LOADED: work in progress

Il presupposto sembra essere semplice: leggere quello che c’è per capire quello che era. Assumere una posizione critica prima che la materia divenga realtà. E arriva quel momento in cui l’architetto si blocca davanti ai propri disegni e ha studiato, è sicuro del proprio bagaglio ma non ne esce; lo stallo è dietro l‘angolo. Demolire, riabilitare, sostituire, alterare, invertire, cambiare le azioni più comuni – gettare tutto nel cestino della mente, pensare chiusi in compartimenti stagni – lo stallo è uno status mentale, troppo dirompente per far finta che non esiste, troppo grande e nero per non scivolarci dentro. Cosa rimane dell’idea nel lucido nero? Una sintesi della sintesi che ti avvolge come un rampicante, strozza alla gola, ti uccide. Il progetto ora ha avuto la meglio su di te, ti ha fagocitato, schiacciato dalle macerie delle propria idea. E qui ti ricordi la lezione del tuo Maestro, un passo alla volta, la soluzione è difficile ma la soluzione è a portata di mano, ricorda Cartesio: scomponi il complesso in semplici parti ed esci dallo status.

La mente si apre e la sottile linea rosa che separa l’Architettura e l’Arte si fa sempre più impalpabile; in fondo cos’è un’Architetto se non un’artista urbano!

“la pittura ha il compito di valorizzare l’architettura” cit. Theo van Doesburg, Weimar, 1925

Studiare architettura è un atto di rivolta contro le convenzioni: politica bellica e rifiuto dei canoni tramite opere che sono antitesi dell’architettura stessa. Rifiuto le arti classiche, enfatizzare la stravaganza, la derisione e l’umorismo. Essere volutamente irrispettosi.

“l’architettura dopo Palladio non esiste, compresa la mia” cit. Frank O. Gehry, Santa Monica, 2008

“imparare dal paesaggio circostante, è un modo di essere rivoluzionario… la creatività dipende dall’osservare ciò che ci circonda” cit. Robert Venturi, Las Vegas, 1972

Disegnare le nuvole e rimanere con i piedi per terra, essere utopici per cambiare la società in cui viviamo… Ogni giorno è buono per essere pop senza eccedere nell’architettura dello slogan. Cosa chiediamo ad un progetto?

Il Progetto è    un processo di ricerca;

                         una riflessione sulla città;

                         un sistema di relazioni con l’esistente;

                         un riconoscimento morfologico;

                         una risposta urbana;

                         un documento professionale;

                         un atto culturale.

Insomma una cosina per nulla facile sottoposta alle opinioni dei nostri illustri accademici e colleghi: dS dice che sono un rinnegato, dC mi consiglia di sparare architettura a tutto spiano ma lo fa con un mitra in mano; per dL troppo banale per fare questo mestiere, non essere riconosciuto dai mediocri è la mia fortuna; dA dice che ho tendenze omosessuali, dV vorrebbe che progettassi parcheggi, spazi più consoni alla mia mente.

Sono poco rispettoso dell’Accademia. Sono più vicino a Caravaggio che a Borromini, entrambi sosteniamo l’estinzione dei dinosauri.

“avrei potuto fare il fotografo, o forse il pittore, alla fine ho deciso di disegnare e progettare. Scopro a 15 anni che costruire ha in sé qualcosa di magico.” cit. Mario Botta, Mendrisio, 2009

La scintilla nasce nella prima adolescenza, lì capisci quale è la tua strada, tra i tuoi amici ci sarà chi farà il medico, chi l’avvocato e chi il poliziotto, ma tu sai, in cuor tuo, che quello che vuoi fare è passare infinite serate a disegnare, acquerelli in bocca, grafite tra le unghie e la giornata da 27 ore. Ok?

Lo stallo è passato, sei ricondotto alla tua strada – in salita, come sempre – cammina, la rivoluzione è appena caricata.

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