se una sera i miei nipoti mi chiedessero delle Ande

La manifestazione della natura più vecchia che possiamo vedere sul nostro pianeta, più antica delle nostre Alpi o dell’Himalaya. Quando la Terra era ancora un’ammasso di vulcani eruttanti in una forma agglomerata di terra e acqua, le Ande erano già presenti, testimoni dei primi passi dell’uomo; per gli amerindi sono la Madre Terra.

Cuando sueño la Cordillera,
camino por desfiladeros,
y voy oyéndoles, sin tregua,
un silbo casi juramento. 

Cosas, 1938 – Gabriela Mistral

Levigate, soffici e dai colori pastello: arancio, ocra, celeste e nel punto in cui toccano l’oceano cobalto e viola. Non potrai mai scorgere vette aguzze ma dolci e rotondeggianti cime. Percorrendole si ha la sensazione di immanente dolcezza e quasi viene da sorridere nel vederle così fatte; non sono le vette più alte del mondo ma sotto quelle candide nevi si celano vulcani attivi, la forza della Madre Terra viva sotto i piedi dell’uomo.

Divinità adagiate lungo il continente sud-americano.

I popoli amerindi attribuiscono alle Ande il ruolo di origine e fine del ciclo vitale, sono gli Apu che generano l’acqua fonte di sostentamento per la tribù; le Ande sono le progenitrici ancestrale della Comunità andina, lo spazio sacro da cui sgorga l’acqua che bagna i campi coltivati e in cui ogni famiglia può riconoscersi. È solo in cima al tetto del mondo, dove risiedono gli Dei, che l’uomo può leggere il proprio destino. Ancora oggi la festività più importante per la comunità andina – Qoyllur Rit’i, la stella della neve – si svolge a 5.000 m di altitudine sul ghiacciaio del Qullqipunku in Perù, tra le nevi perenni e l’aria rarefatta.

La montagna è sacra innanzitutto per il suo aspetto impassibile e irraggiungibile. 

È intorno a questa caratteristica che si sviluppa il territorio e che si originano gli insediamenti fino dal principio; il nesso tra l’acqua che si trova sulla montagna e la vita che si genera ai suoi piedi determina l’asse principale lungo il quale si distribuiscono i villaggi, le aree sacre e gli altari. Le forme dei recinti cerimoniali riprendono le proporzioni delle vette intorno all’abitato e lo spazio, in una sorta di codice architettonico, individua sempre una indivisibilità tra il costruito, città, uomo e il vuoto, natura, Ande; avere la conoscenza dei bacini idrografici risultava quindi essenziale agli Andini per costruire e sviluppare le loro città.

È sulla laguna pericolosa del vulcano Llullaillaco, in Cile, oltre il deserto di Atacama, che gli Inca hanno costruito il sito cerimoniale più lontano da Cuzco, dedicato proprio all’acqua. Qui nel 1999, a 6.000 metri s.l.m, sono stati rinvenuti tre corpi mummificati di bambini risalenti alla fine del XIV sec; una piattaforma cerimoniale rettangolare sovrasta una camera sotterranea, decine di statuine antropomorfe e oggetti votivi testimoniano il rispetto e la devozione degli andini verso la montagna-vulcano che contiene l’acqua e permette il progredire della società Inca.

In Montagna Sacra – ed. Jaca Book  il capitolo dedicato alle Ande, a cura dell’Arch. Adine Gavazzi, offre un’occasione per iniziare ad approfondire la conoscenza di questo rapporto tra l’uomo e lo spazio sacro della montagna nella molteplicità dei simboli, attraverso il vocabolario di una diversa cultura e religione.

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