@brasileño

Se avessi voluto visitare gli Stati Uniti d’America avrei programmato un bel tour da architetto sulla via del grattacielo, da europeo tutto mi sarei aspettato, le cose più strane e divertenti che ci sono e fortunatamente ancora molte, ma mai di trovarmi lo zio Sam brasiliano; in preda ad una vera e propria corsa sfrenata al consumo di beni e persone, il Brasile è tra i paesi dell’America del Sud il più usoniano. A vedere le misure messe in campo sembrerebbe quasi che qui la crisi non abbia colpito, il Real è la moneta più forte del Mercosur e fa sentire tutta la sua potenza sui vicini che a tentoni cercano di imitare lo sviluppo brasileño, senza riuscirci – per fortuna – sulle gigantesche autopiste campeggiando i loghi delle catene di fast food d’invenzione nazionale accostati ai più ben noti marchi, preferendo allo stile di vita tranquillo e spensierato, giovani hipster in carriera; São Paulo è la descrizione fisica della mutazione che ha avuto il Brasile in questi ultimi dieci anni, la capitale finanziaria con i suoi oltre 40 milioni di abitanti, è un brulicare di grattacieli da fare invidia all’isola di Manhattan. “Gringos II –  la vendetta di São Paulo” è il film che va per la maggiore nelle sale cinematografiche. E pensare che per soli 8 Real (ca. 2,50€) ho potuto mangiare dell’ottima cucina brasiliana ancora in piedi, in una casa privata, un po’ zozza e con un patio dove facevano di tutto, probabilmente anche macellare i polli. 100% brasileño scolpito, tatuato, riccioluto, sbruffone ed anche con la faccia da fessacchiotto che non indugia a sparati se si trova un’arma tra i suoi pollici opponibili è il modello tipo del poliziotto federale; ogni Stato ha la sua di polizia che compie mediamente  tra i cinque e i sette controlli allo stesso autoveicolo, tutti in cerca di non si sa quali sostanze stupefacenti che comunque entrano liberamente nel paese dal confine paraguaiano. Terra in misura gigantesca su cui investire, parole come costruire, produrre ed esportare sono l’ABC dei nuovi latifondisti; dove c’erano le colture orticole ora ci sono le fabbriche di automobili della multinazionale torinese, dove pascolavano le mandrie di vacche ora cresce la soia o.g.m. e il mais per bio-diesel; autopiste a sei corsie spaccano la foresta collegando regioni del paese prima inabitate, nei pantani si costruiscono le nuove città per i brasiliani moderni. Poco e nulla in confronto alla spinta di voler fare colonia della comunità andina ricca delle materie prime del sottosuolo di cui il Brasile ha bisogno per competere sul mercato mondiale con Cina ed India. La favelas dell’immaginario collettivo non esiste più, e quelle rimaste, arroccate intorno alla città di Rio de Janeiro sono soltanto una divertente attrazione per i turisti, semplici polli da spennare con la moneta forte nelle saccocce; vogliono le rapine mano armata, gli scippi e i rapimenti, alle ore 12:00 di ogni giorno feriale presso la Cidade de Deus – la domenica è il giorno dedicato al Signore. Gli affitti delle abitazioni sono quadruplicati, città come Brasilia sono inavvicinabili se non si svolge un lavoro statale nella Capitale, comprare casa ora è l’opzione più vantaggiosa; i figli della middle class si trasferiscono a studiare in Bolivia, Perù, Colombia e Venezuela, spinti dagli elevatissimi costi dell’istruzione universitaria, tutto si privatizza, tutto si generalizza. I poveri, quelli veri, sono stati cacciati nella profondità della foresta se non costretti ad emigrare in Bolivia o nella ridente cittadina di Pedro Juan Caballero, una strada di terra battuta e quattro case compresa quella del boss dei narcos. La più vasta delle colonie portoghesi è divenuta Impero ed istituito i suoi vice-re di lingua portoghese sulla Cordigliera.

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