Diario bolivariano

La Bolivia mi accoglie in salita, sotto alla pioggia. La frontiera è oltre l’arco di mattoni, oltre le persone ammassate lungo la strada, oltre la festa delle Vergine di Copacabana, oltre l’acqua che viene giù. I primi passi sono i più importanti e ti dicono tutto su come andranno le cose; non ci sono le comodità del Cile, tantomeno la “turisticità” del Perù, molto è lasciato al caso. Prendiamo un pullman, vecchio, avrà forse tra i 15 e i 20 anni, è già notte, fuori fa freddo e dentro si congela, a stento sento i piedi nelle scarpe. Il pullman sale su di una chiatta, vecchissima, gli assi scricchiolanti sotto il peso del mezzo, dobbiamo attraversare lo stretto di Tiquina, ci sono le onde e la chiatta ondeggia. Poi arrivi a 4000 m e scopri un’enorme cratere nella Cordigliera Real e la città degli Illimani appare sotto di te; ti accoglie con la povertà più diffusa e la musica delle discoteche che rimbomba nelle strade. È notte tarda, domani mi aspettano 14 ore di bus fino a Santa Cruz e dal terzo piano dell’ostello dove alloggio, in fondo al cratere, sembra che tutta la Bolivia – La Paz – ti avvolga in un’abbraccio.

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36 sono state le ore di viaggio al fine! Lassù sul tetto del mondo nella più scura notte della vita bloccato in mezzo alla neve trovi il tempo per confrontarti con i tuoi pensieri. Solo e infreddolito la Bolivia ti riporta fanciullo, mette a nuda tutta la tua fragilità; i piedi non ci sono più, il corpo è caldo, la testa inizia a fare scherzi. Ritorni alla mente all’ospedale, molti anni fa, i parenti zitti e tu sai cosa hanno ipotizzato i medici, ti lasci andare alle lacrime. È la magia dell’Altiplano, sopra i 4500 m ti senti più vicino al cielo che alla terra, le ingerenze materiali svaniscono, pensi, perdoni, ami, fai pace con te stesso; lo zero ti riporta al tuo posto nel pullman, al tuo compagno di viaggio che non si muove, nessuno si muove, nessuno parla, i respiri sono ridotti ad un sibilo. Hai paura dei tuoi passi. 500 sono ancora i km da compiere per arrivare a Santa Cruz, nella prima Amazzonia.

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Da Santa Cruz a Puerto Quijarro è il treno a portarmi. Il treno, vecchio ma affidabile, attraversa la prima Amazzonia nel punto in cui i deserti centrali incontrano la pampa. Nell’orizzonte al tramonto taglia il sole; circa 200 anni fa in queste territori gli eserciti di Bolivia e Paraguay si combatterono nella guerra del Chaco. Ora passa il treno, suona, suona, e la gente esce fuori di casa per vederlo arrivare; si annuncia come farebbe il prete in in casa – tu tu tu – e tutta la città accorre in strada, alla piccola stazione di legno dipinto bianco. È sempre come la prima volta. Il treno scende dall’Altiplano verso il Pantanal, ad attenderlo la frontiera brasiliana. È notte e la Bolivia mi chiama a se ancora un’ultima volta, come se sapesse che il mio viaggio sta per terminare; ancora una volta il gelo diventa pungente e fuori si fa il ghiaccio. Questa è la sera in cui ti violenta e ti porta via nella notte, ti scuote fino a stordirti e lasciarti a terra tremante; anche le stelle non salgono in cielo per non stare a guardare quello che accade. La paura si nutre di te, ti mostra ciò che più temi, si fortifica, ti sfida a provarle il contrario, ti beffeggia, ti umilia, ti vuole uccidere; opporsi è inutile, conosce ogni tua mossa, ogni tuo pensiero, ti assale anche nell’unico spiraglio di gioia nascosta nel petto, è vorace, vuole soltanto te. Arriva la luce ad interrompere questo strano gioco. Si è fatta l’alba, ma non è da intendersi come una liberazione, i segni sul corpo della lotta saranno ancora ben visibili e a chi domanderà rimarrà tempo per pensare.

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