ORTI URBANI: pratiche di agricivismo metropolitano

Deserti alimentari. Sono così definite le aree in cui i residenti hanno scarso accesso alla frutta e alla verdura fresca per l’assenza o quasi di fruttivendoli o di mercati ortofrutticoli nelle vicinanze che li possano proporre. Ciò avviene soprattutto nei contesti urbani eccessivamente antropizzati. Per invertire la rotta si è deciso di puntare, seme dopo seme, sugli orti urbani, o di città, sulla scia di quanto intrapreso in molte città del mondo. Dal guerrilla gardening, in mezzo al cemento delle città negli ultimi anni in Europa e negli Usa si è andata diffondendo la voglia di riappropriarsi del contatto con la terra da parte dei cittadini. L’obiettivo è quello di spingere i cittadini a coltivare piccole aree verdi pubbliche per il proprio consumo giornaliero di frutta e verdura, teso a recuperare specie in via di estinzione, specie stagionali, ma anche a coltivare prodotti di uso comune con metodologie scientifiche. Prodotti che potrebbero poi essere venduti dagli interessati a prezzi economici nella logica di accorciare la filiera dal produttore al consumatore. In sostanza quando si parla di “impiantare” o conservare un “orto”, si intende nel senso di parco “culturale”, impedire il degrado intellettuale e fisico della città. Negli ultimi tempi anche nella Capitale timidamente si è iniziato a coltivare la terra. Aree abbandonate o parchi senza manutenzione, sono questi i luoghi preferiti dai cittadini che spesso in via autonoma si mettono insieme per recuperare gli spazi per piccoli orti, aree gioco e giardini. Dallo storico quartiere di San Lorenzo, alla Garbatella, all’Ardeatina (qui con gli orti comunitari realizzati e gestiti dai lavorati ex-Eutelia), fino a Centocelle presso il parco adiacente al Forte Prenestino, le aree autogestite dai cittadini crescono e da abbandonate diventano interattive, vive e vissute da adulti, ma anche da bambini a scopo didattico.

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