…ora vi spiego.

Nella prefazione al saggio “Non luoghi: introduzione ad una antropologia della surmodernità”, l’antropologo francese Marc Augé scrive che il neologismo luogo/non luogo è uno strumento di misura del grado di socialità e di simbolizzazione di un dato spazio, magari da sempre parcheggio, attraversamento pedonale, area per il mercato, aree per le giostre. Difficile trovarvi un desiderio autentico, una qualche forma di espressione o di socialità non prettamente tendente al consumismo. L’area della Marina di Civitavecchia, ad esempio, incarna uno dei tanti non-luoghi di questo pianeta; spazio non identitario, non relazionale, non comunicante, vuoto e grigio, spazio destinato ad essere attraversato, spazio che non ci comprende, eppure capace di rappresentare con spietata lucidità la società anonima e globalizzata. Tali non-luoghi destinati dal funzionalismo alla dismissione, dalla loro originaria funzione, trovano nella crescita veloce, incontrollata e congestionante della città, del resto come anche altre sue parti, ad essere scarto della città, nella città.

I non-luoghi figli di questa società sono per loro natura incapace di integrare in sé i luoghi storici, preferibilmente confinati e banalizzati in posizioni circoscritte (riserve indiane) alla stregua di curiosità e di oggetti interessanti. Sono incentrati solamente sul presente e sono altamente rappresentativi della precarietà assoluta (non solo nel campo lavorativo), della provvisorietà, del transito e del passaggio (come ad esempio i campi profughi nello Saharawi); un individualismo solitario agevola le persone in transitano ad accelerare le loro operazioni quotidiane o rappresentano un cambiamento (reale o simbolico), tuttavia nessuno vi abita.

Il paesaggio metropolitano è caratterizzato per enclave iperspecializzati (le famose cittadelle).

I centri commerciali o le gallerie, pur essendo eletto punti di ritrovo della fase adolescenziale, si assuma per esempio Euroma2, questi non possono creare nessuna forma di legame sociale tra i convenuti, anche se vi si riunissero solo per incontrare gli amici e praticare attività divertenti e interessanti. Centinaia di individui vi si incrociano ogni giorno senza entrare in relazione tra loro, sospinti (direttamente e inderattamente) dal desiderio frenetico di consumare, scopo della funzione cui sono stati destinati fin dall’inizio. Possiamo trovare cibo cinese, italiano, messicano e magrebino, ognuno con un proprio stile nello spazio a loro assegnato, senza possibilità di contaminazioni e modificazioni. Il mondo con tutte le sue diversità è tutto racchiuso lì.

La rivoluzione sarà urbana o non sarà affatto – Hernri Lefebvre

La foto è gentilmente concessa dall’amico Enrico Paravani, fotografofalegname a Civitavecchia
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  1. RoBi

    riassumendo: produci consuma crepa .il luogo/non luogo ha come scopo il favorire un consumo alienante ed alieno alle reali esigenze dell’individuio…. nel consumo globale una solitudine universale ed universalmente condivisa! triste….tristissimo ma absolutely true!

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  2. Questa analisi non mi spiace affatto, ma dovresti approfondire un poco le dinamiche che si sono create nel tempo alla Marina, perchè se concordo con te sulla scarsa qualità architettonica di questo “luogo”, non sono invece in accordo con l’accostamento ad Augè, ciò che succede in quel luogo lo rende (scusami) luogo a tutti gli effetti, centinaia di persone: adulti bambini, sportivi, prenditori di sole, anziani giocatori di carte, sfruttano quel posto per tessere le loro relazioni (da papà te lo posso assicurare).
    Da ciò posso desumere che: non è la qualità architettonica (purtroppo) a definire la differenza tra un luogo ed un non-luogo.
    Lo stesso Augè ha rivisto le sue definizioni, e credo sia quindi possibile asserire che il “luogo” lo creano le persone che lo usano, per le quali, probabilmente, ha più valore “con chi” che “dove”.
    Mi piace stò blog.

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