Perché Civitavecchia non è moderna?

Novembre 2012

Alla domanda se Civitavecchia sia una città moderna e, se non lo sia, perché non lo è, si può rispondere facilmente; basti vedere la città dall’alto. L’occhio corre lungo un susseguissi di arterie e piccole strade, che spesso finiscono cieche, la somma successiva di diverse area fabbricate, diverse tra loro per natura, tipo e tipologia. La fanno da padrone i vicoli stretti e spesso cechi, come pure le vaste aree diffuse a meridione della città non pianificata, spontanea, abusiva, poi maldestramente cercata di assorbire nello sviluppo tumultuoso dell’abitato. Si seguono tracciati e ci si perde su vie che si aggrovigliano, si allargano e poi finiscono nel nulla. Non può definirsi moderna una città che ammette questo disordine. Questa è la città abusiva. Vero è che casualità e insensatezza possono trovarsi anche in quartieri sorti legalmente, ma frutto di speculazione, dove si è pensato ai palazzi e non alle strade. E poi l’abusivismo edilizio non è stato solo un fenomeno che ha interessato la città in alcune sue parti, per molti aspetti è il modo di essere della città. Si calcola che il venti percento del territorio antropizzato sia abusivo. Sono stati spesi soldi per riagganciare questi nuclei alla città e con troppo facilità le licenze sono state rilasciate. I risultati si vedono tutti e sono scarsi. È un problema politico, ma anche dell’architettura. Che l’architettura possa riscattare la società, oggi, è cosa da dimostrare: soprattutto quand’è solo disegno di forme e non ricerca dei valori di cui le forme sono espressione! Vista dall’alto la città si presenta come una massa continua, compatta, indifferente. Come d’altronde si presentava cinquant’anni fa la città delle palazzine. Lo spartiacque è la seconda guerra mondiale. Fino allora troviamo un impianto stradale e un’architettura discutibili quanto si vuole, ma funzionali. Andando ancora indietro nel tempo vediamo piazze disegnate in modo esemplare, penso all’originale Piazza Calamatta, Piazza Leandra, ecc. Alcuni insediamenti popolari sono qualificanti di una città moderna. Poi questa sapienza urbanistica viene sovrastata dagli interessi speculativi e dalla ricostruzione. Torniamo più indietro, torniamo a Napoleone. La città a cavallo fra settecento e ottocento è profondamente diversa dalla città novecentesca. La sua espansione è pianifica, studiata a tavolino e limitata in una zona che oggi è configurabile con quella del Pincio e delle sue tre parallele Via Buonarroti, Via Bramante e Via Calisse. Oltre ci sono ancora le mura e la campagna coltivata. Merito dell’espansione ottocentesca è sicuramente la strutturazione della viabilità centrale del Comune. Non occorre rincorrere una miope crescita demografica, talaltro già teorizzata negli anni ottanta dello scorso secolo. Occorre saper pianificare, che è cosa diversa, occorre scindere il Governo del territorio dalla lobby dei palazzinari, dall’edilizia privata che non solo a Civitavecchia ma nel resto d’Italia, favorita anche da Leggi in tal senso, continua a inglobare a volumetrie da edificare vaste aree di campagna. Occorre discontinuità con quello fatto dalle amministrazioni tra il 1948 a oggi, una discontinuità caratterizzata da una consolidata cultura urbana progressista. Contemporaneamente arriva il “piano casa”, un ulteriore colpo alla cultura urbanistica. Ognuno si fa la soprelevazione che vuole, consuma suolo e verde. Il progetto della città non è al centro degli interessi del Legislatore Nazionale e Regionali. Civitavecchia può tornare a essere una città moderna, ad alcune condizioni. La prima è che non cresca più. La seconda, gettando lo sguardo oltre le questioni urbanistiche, è che faccia leva sulla multi etnicità che ha sempre contraddistinto le città di mare.

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